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A fronte di un fenomeno già in corso, ovvero quello della convivenza, all’interno di uno stesso spazio di lavoro, di generazioni diverse, si parla sempre più di ‘gap generazionale': ma esiste davvero questo divario insormontabile?

Avete preso i pop corn? Sta per andare in scena lo spettacolo delle generazioni. Mettetevi comodi...Luci accese. Davanti a voi, sul palco, cominciano a delinearsi i volti dei quattro protagonisti dello show. Tutto tace. Nessuno sembra muoversi fino a quando, uno di loro, si decide a parlare.

 

«…mi chiamo Giorgio, ma non prendete questo nome troppo sul serio: penso di non averne uno ben definito. Alcuni mi chiamano Boomer. Altri Baby Boomer. Altri ancora Profeta». Di quest’uomo sulla sessantina d’anni in giacca e cravatta voi non sapete nulla, eppure supporreste si tratti di un manager, un direttore o… insomma, qualcuno di importante. Sorseggia del tè sul divano e ha tra le mani un computer portatile. Naviga su Facebook, regala qualche like alle foto dei suoi amici e, di tanto in tanto, commenta in maniera lucida e critica alcuni degli articoli delle più importanti testate giornalistiche nazionali. Il suo sguardo, a volte, è distratto dalla televisione, il suo media del cuore: capita che corrughi il volto di fronte alle notizie del giorno trasmesse dal telegiornale. Sempre gli stessi argomenti: le solite faide interne alla politica nazionale, ad esempio. Sospira. Ricorda, dentro di sé, i momenti della giovinezza in cui tutto era possibile. Lottare per i propri diritti era un dovere. Sognare in grande era realtà. Sorride. 

 

I riflettori si spostano, adesso, sulla donna di fianco a Giorgio: «…a quelli che, come me, sono nati tra il 1960 e il 1980 e chiamano X. O Nomadi. Dicono, poi, che noi X siamo perdenti compiaciuti, apatici, precari, in bilico fra l’affermazione di sé e l’autodistruzione». La donna, con un computer portatile sulle gambe, naviga su un sito web di acquisti online e, contemporaneamente, conferma su LinkedIn le competenze di una sua collega di lavoro. Probabilmente avrà tanto altro lavoro da sbrigare. Ha il volto segnato dalla stanchezza. «…Sì, siamo in bilico. Probabilmente hanno ragione. Provate voi, però, a nascere nell’epoca della caduta del muro di Berlino e a rimanere tranquilli. Investiti in pieno dalla crisi economica, politica e sociale del paese, noi X continuiamo a crederci e a lottare pur vivendo in un mondo completamente lontano dai nostri ideali. Abbiamo fatto della resilienza il nostro stile di vita.»

Alle parole della donna multitasking controrisponde la giovane ragazza vicino a lei: «e noi Y, Millennials, Eroi? Abbiamo assistito in diretta alla caduta delle Torri Gemelle. Non abbiamo avuto nessuna certezza, fin dall’inizio. Quello che vedete tra le mie mani, un semplice smartphone, in realtà è il nostro microcosmo. I social hanno condizionato per sempre il nostro modo di pensare. Siamo costretti a tenerci aggiornati su tutto perché abbiamo paura di rimanere esclusi dai cambiamenti che scuotono la società o il gruppo di persone con cui più interagiamo. Facciamo fatica a trovare un lavoro che ci appassioni e per questo siamo continuamente in cerca di esperienze uniche». Lo smartphone della giovane Millennial finisce nelle mani di un giovanissimo ragazzo, l’anello che, finalmente, chiude il cerchio delle generazioni. La reazione a catena sta per volgere al termine.

«Finalmente posso guardare quel tutorial che avevo salvato tra i preferiti!». Peccato che la soglia della sua attenzione sia davvero bassa: otto secondi, azzardereste. Il ragazzo interrompe spesso la fruizione del contenuto YouTube per dedicarsi alla sua attività preferita, lo skipping da un social all’altro: qualcuno ha risposto alla sua storia di Instagram e alla sua performance musicale su Tik Tok. «Faccio parte della Generazione Z. Ci chiamano anche 'Artisti'. Siamo difficili da conquistare. Siamo visual oriented. I social sono il nostro mantra e tendiamo a personalizzare qualsiasi aspetto della nostra vita». Sorriso a trecentosessanta gradi. 

 

Il problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo essere qualcosa. È un nostro inalienabile diritto, in quanto cittadini del ventunesimo secolo. - Nick Hornby

I nostri quattro personaggi in cerca d’autore, adesso, rimangono in silenzio. «Perché non danzate?», interviene una voce dal pubblico. Il filo dell’indifferenza comincia a spezzarsi: lascia il posto a dei timidi sorrisi e allo scambio di complici sguardi. ...E se quella voce avesse davvero ragione? 

Quattro personaggi, quattro generazioni: Baby Boomers (1945-1960), X (1960-1980), Y (1980-2000) e Z (1995-2010). Generazioni che si ritroveranno, molto presto, a convivere nello stesso luogo di lavoro.

L’ecosistema aziendale, infatti, si arricchisce di persone dai vissuti e valori completamente differenti: si arricchisce, per l’appunto. Le persone che fanno parte di un’impresa sono uniche nel loro genere, a prescindere dall’età anagrafica: il valore che possono apportare all’organizzazione aziendale è straordinario. A fronte di un fenomeno già in corso, ovvero quello della convivenza, all’interno di uno stesso spazio di lavoro, di generazioni diverse, si parla sempre più di ‘gap generazionale’: esiste, agli occhi di determinate realtà aziendali, un divario insormontabile tra persone appartenenti a generazioni diverse. O probabilmente questa è un’opinione diffusa in molte delle nostre menti, a prescindere dall’ottica lavorativa.

Ma siamo davvero sicuri si tratti di un gap? Pensateci bene. I protagonisti del nostro spettacolo, ad esempio, hanno un prezioso elemento in comune: la tecnologia che fa da collante per tenere unite generazioni diverse ma simili. Simili perché ognuna di loro ha una storia da raccontare e le storie, si sa, non smettono mai di annoiare. Un Baby Boomer può infondere carica positiva a uno Z e, attraverso il potere delle storie, svelargli le vie del successo; uno Z può aiutare un Baby Boomer a comprendere le potenzialità di un device straordinario, lo smartphone. Per le Generazioni X e Y, investite in pieno dalla crisi economica, sociale e politica del nostro paese, la nostalgia per i tempi passati assume la veste di una silenziosa ma dirompente forza vitale che permette loro di rimanere unite dal raggiungimento di un unico obiettivo: rendere il mondo un posto migliore. Come? Fabbricando idee geniali.

 

Le PMI italiane hanno tutti gli strumenti per affrontare con successo il mix di età destinato ad arricchire l’azienda stessa: lo scetticismo, dunque, deve lasciar posto al dialogo, alla valorizzazione delle diversità e dei talenti di ogni risorsa aziendale nell’ottica della creazione di una cultura aziendale condivisa ed efficaceLa diversità è bellezza. Basta solo saperla guardare con occhi diversi e consapevoli. 

 


EYL
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