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Periodicamente  l’eminentissima Accademia della Crusca si è alterata per l’eccesso di vocabolario inglese all’interno di frasi che potrebbero benissimo venire dette in italiano. Negli ultimi anni si è verificato questo andamento particolare per cui certe cose non si pronunciano più come Alessandro Manzoni si è tanto sforzato di pronunciarle, ma con suoni anglofoni entrati di diritto nel vocabolario di chi è dannatamente impegnato e fa dell’ambizione lavorativa la sua ragione di vita. Per questo motivo, nel caso vi perdeste in questa nuova fonetica, abbiamo stilato un mini vocabolario delle espressioni che, qui a Milano, si sentono di continuo.

1. Scusami, ho una call: la regina delle scuse, la padrona incondizionata delle frasi di stagisti, manager, startuppari, chiunque abbia a che fare con una scrivania, un pc e dei colleghi per giustificare l’assenza momentanea. Call è tipo riunione, ma virtuale. Call vuol dire tutto e niente. Dalle call nascono fiori e finiscono amicizie. Avere un call is the new black.

2. Hai visto il brief?: ogni idea nasce da un brief. Brief di su, di là, a destra e a sinistra. L’abbreviazione di briefing prevede l’incontro iniziale, le linee guida per elaborate un progetto o un’offerta. Molto apprezzate le varianti italiche brieffami (voce del verbo brieffare) o la negazione debrieffami (voce del verbo debrieffare), riscontrata anche in Guicciardini nel 1300.

3. Oggi pomeriggio ho uno speech: la nuova frontiera dei discorsi in pubblico, che sia la presentazione di un progetto o l’intervento in un evento. Quando devi fare uno speech non ce ne è per nessuno, mica devi fare un discorso, che è molto più banale.

4. Dammi un feedback: ormai è italiano. Leopardi diceva tipo riscontro, ma suonava male. Feedback è molto meglio. Dopo il brief, fai pure la tua call e poi dammi un feedback, che poi parte il brainstorming per capire cosa fare.

5. Brainstorming: no, non è la tempesta del cervello ma, letteralmente, un assalto mentale. Ci si mette in gruppo e si ragiona. Riunione-di-gruppo-per-capire-cosa-fare è troppo lungo da dire. Brainstorming è più romantico, richiama lo Sturm und Drang ed è tutto più easy.

6. Lavoro nel Food: il cibo, la prima essenza della vita, ciò che ci tiene in piedi e ci dà energia, ha trovato la sua evoluzione fighetta. Che tu sia un cuoco, un ristoratore, un organizzatore di sagre o Carlo Cracco, tu lavori nel Food (che ha il suo equivalente nel Travel se si parla di viaggi e turismo, o nel Fashion se si lavora nella moda).

7. Schedulato: ormai si crede sia italiano, ma non è così. Schedulato viene da schedule ed è uno di quei neologismi un po’ farlocchi che rendono la lingua italiana capace di storpiare tutto e riposizionarsi come antica, bellissima e simpatica. Ricordate sempre: bisogna rischedulare spesso.

8. Benchmark: Anna Oxa cantava “È tutto un Benchmark”. Tutto e niente. Il benchmark è il bianco e il nero di un progetto. Anche usandola a caso, questa parola rende l’idea. Controlla il benchmark e ti dirò chi sei.

9. Ti mando una invitation sul calendar: argh. Qui la situazione si fa complicata. Altro che aggiornamenti, messaggi, email o cose così. Ora si ragiona di invitation sui calendar e ogni volta un poeta muore. Ai posteri l’ardua sentenza.

10. Deadline: la fine. L’espressione ultima. L’omega di stagisti, manager, startuppari, freelance. La data in cui tutto si conclude, l’ansia distillata in otto lettere. Meglio dirla in inglese, perché in effetti in italiano è un po’ truce: apocalisse.

Ed eccoci qui, il vocabolarietto si conclude con una speranza. Possiamo tornare a dire certe cose nella nostra bella lingua senza contaminazioni un po’ fastidiose? La globalizzazione linguistica è un fenomeno bello e utile, ma qui stiamo esagerando. L’inglese va saputo, mica abusato.

Ci sentiamo presto per un update. Ops.



EYL
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