Massimo Recalcati, uno dei più noti psicanalisti italiani, scrive per Einaudi “L’ora di lezione”, un libricino di 150 pagine dove condensa e sublima poche ma chiare ed essenziali idee riguardo la scuola e il senso di insegnare.

Nessuna idealizzazione: il testo si apre con un’assoluta presa di coscienza della crisi della scuola, un ritratto desolato, quasi senza speranze: «Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi e scurrili (…)». Una scuola “smarrita”, che ha perso il suo prestigio simbolico e soprattutto la sua valenza ideologica. Il rischio è di proporre e produrre un modello di insegnamento che sia solo puro passaggio di informazioni. Un sapere che si estende in orizzontale, senza scavare in profondità, e che si configura essenzialmente con il principio del “massimo sforzo, minimo rendimento” e il solo obiettivo di riempire le teste degli studenti col maggior numero di dati possibile, da riportare in forma identica al momento della verifica (o dell’esame, che dir si voglia).

Ma, e per fortuna c’è un “ma”, il ruolo della scuola deve essere un altro ed è fondamentale che venga portato avanti. Secondo l’autore infatti la pratica dell’insegnamento viene paragonata a un rapporto d’amore (non a caso il sottotitolo in copertina è “Per un’erotica dell’insegnamento”) dove l’allievo sia spinto costantemente verso il sapere potenzialmente illimitato. In termini tecnici si chiama trasfert. Una trasmissione del sapere che passa dal maestro all’allievo, ma non fine a se stessa: un transfert amoroso mobilitato dall’allievo all’oggetto del sapere, che diventa a questo punto – come ogni relazione che si rispetti – un oggetto del desiderio.

Per fa sì che ciò avvenga è necessario però creare un vuoto, unica spinta alla costante volontà di suscitare il desiderio di conoscenza. “So di non sapere”, ricordate? Siamo ancora lì. Solo così si può tornare a un’idea di educazione degna di questo nome: e-ducere, portare fuori. Fuori da dove? Dal noto e dalla ripetizione di ciò che si conosce già, per aprirsi completamente alla vita e fare esperienza. Chi può fare la differenza? Gli studenti, certo, ma in primo luogo gli insegnanti. Forse basta incontrarne uno in tutta la carriera scolastica che sia in grado di essere un vero maestro. Che ponga e non imponga. Che accompagni senza dirigere. Che lasci il segno, come è scritto nel suo nome. Che nell’ora di lezione sappia aprire al mondo e all’esperienza. Nota: a pagina 141 l’autore, che anzitutto è psicanalista – conviene fidarsi – spiega perché, ancora oggi, a distanza di anni (lustri? Decenni?), l’esame di Maturità sia ancora uno dei nostri sogni (incubi?) più ricorrenti.

Non preoccupatevi, nulla di grave.


Elena Sizana


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