<img height="1" width="1" src="https://www.facebook.com/tr?id=1792794644375454&amp;ev=PageView &amp;noscript=1">

Infrastrutture, potere d'acquisto, condizioni socio-demografiche: sono questi alcuni degli elementi che caratterizzano il digital divide, ovvero il gap tra quella fetta di mondo che può accedere a Internet e quella che invece si trova isolata, senza possibilità di connessione e dunque di contatto con il mondo dell'informazione e della comunicazione. Cerchiamo di tracciare i confini di questo fenomeno che, sebbene sia ancora troppo presente, sta dando graditi segni di cedimento.

Alcuni numeri 

Secondo i dati rilasciati qualche giorno fa da We Are Social, infatti, a fronte di una popolazione mondiale di circa 7.4 miliardi di persone, gli utenti internet sono 3.77 miliardi e gli utenti mobile sono circa 4.92 miliardi. Gli utenti di e-commerce sono 1.61 miliardi e più di un terzo della popolazione mondiale accede a piattaforme social da mobile (2.5 miliardi di persone, +581 milioni rispetto a 12 mesi fa). Per essere precisi, circa l’8% della popolazione mondiale ha iniziato a usare dispositivi mobile durante il 2016: un nuovo utente ogni 18 secondi.



Le iniziative

Il gap si sta velocemente chiudendo, anche se una metà quasi esatta ancora non ha accesso alle potenzialità che internet offre. Spesso è una questione in primis di infrastrutture: molti Paesi non possono ancora offrire connettività, di fatto impedendo alla popolazione di accedere a servizi che potrebbero effettivamente migliorare la qualità della loro vita. Secondo i dati Unicef, nel mondo ci sono circa 60 milioni di bambini che non hanno accesso all'istruzione primaria, quando basterebbero uno smartphone di base e una connessione per apprendere i rudimenti dell'alfabetizzazione. Ecco perché i giganti del tech stanno cercando di provvedere. Attraverso la no-profit Internet.org, Facebook ha rilasciato in 53 Paesi del Medio Oriente e dell'Africa la piattaforma Free Basics che, grazie ad alcune partnership con operatori locali che non addebitano il consumo di dati agli utenti, fornisce gratuitamente l'accesso ad alcuni servizi informativi di base che riguardano l'istruzione, la salute e la ricerca di lavoro.

Google dal canto suo si è innalzato in aria, per superare non solo le barriere economiche ma anche quelle fisico-geografiche che per la conformazione del terreno impediscono l'installazione di antenne in grado di trasmettere il segnale. Il Project Loon impiega palloni aerostatici in grado di fungere da ripetitori. Il wifi viaggia in cielo. 


 

 


But more, much more than this...

Cantava Frank Sinatra. Sì, perché c'è molto di più: la questione del digital divide si trascina dietro quella della digital literacy, ovvero dell'alfabetizzazione digitale e della conoscenza delle potenzialità che una connessione può aprire. Essere digital non significa solamente investire il tuo primo stipendio di stage nell'ultimo modello di iPhone: significa poter frequentare un corso di storia dell'arte moderna tenuto dal Moma su Coursera, significa poter imparare le basi della geometria su Khan Academy, significa anche poter inviare via LinkedIn un curriculum per insegnare italiano in Nuova Zelanda, anche se stiamo studiando lettere classiche a Genova. Tutte cose che si possono fare anche se avete Android come sistema operativo.

E significa anche imparare a comportarsi online non come se fosse un mondo parallelo, ma una parte indiscutibilmente reale del mondo quotidiano: il cyberbullismo, i troll, le shitstorm e gli insulti sono talvolta sintomi di una mancanza di alfabetizzazione di base sul rispetto tra esseri umani. Ma forse qui il digital di per sé c'entra poco: è una richiesta molto più profonda di educazione. E in questo possiamo solo essere noi giovani per primi, che nel digital ci siamo nati, a dare l'esempio e, giorno dopo giorno, ricucire il gap innanzitutto culturale, prima che digitale.


EYL
Autore

EYL

EYL_ISCRIZIONE_STUDENTI_SIDEBAR